Macchine…

Ecco i tre primi spunti con cui mi piacerebbe avviare la discussione. Il primo riguarda un aspetto dell’informatizzazione nel mondo dell’aviazione civile commerciale.

Semaforo giapponese (Courtesy of Andrea Ortolani)

“Volare oh oh

Nel 1958 Domenico Modugno lanciò la canzone Nel blu dipinto di blu, da cui il famosissimo ritornello “Volare… oh oh… cantare… oh oh oh oh… nel blu, dipinto di blu, felice di stare lassù” che esprimeva il senso di libertà e leggerezza legato al volo.

Analoga sensazione devono aver provato in molti nel mondo dell’aviazione civile commerciale all’introduzione del biglietto aereo elettronico, del check-in on-line e del gate-through. A partire dalle compagnie aeree per le quali ha avuto un impatto importante, permettendo di accelerare procedure e risparmiare costi. Per qualche produttore di hardware e software, che ha venduto tecnologia (macchine) necessaria per svolgere quelle funzioni. Per il passeggero che da remoto si compra il biglietto, effettua il check-in, si pre-assegna il posto a sedere e, quando possibile, accede addirittura a bordo identificandosi al tornello del gate solo con il proprio cellulare senza bisogno di carta d’imbarco, in teoria senza dunque interloquire mai con esseri umani bastandosi dialogare con le macchine.

Due gli aspetti interessanti che l’esempio suggerisce. Per ognuna di queste attività, ora svolte da macchine prima c’erano esseri umani, che stentano ora a trovare una nuova collocazione. Si tratta in genere di persone che non hanno una particolare qualificazione: possono dover conoscere una o più lingue straniere, devono saper usare il computer, dovrebbero essere cortesi in quanto deputate a trattare con i passeggeri ma in sostanza sono impiegati. Una qualificazione che li rende in genere troppo cari per svolgere analoghe funzioni, posto che nella loro azienda ce ne sia ancora bisogno. Vanno allora riqualificati, processo che genera costi ma soprattutto richiede di sapere cosa far fare loro. Del che avrei qualche dubbio visti i risultati in settori come quello dell’automobile, che hanno cominciato ad attraversare processi analoghi qualche decennio fa.

Il secondo aspetto interessante, trasversale un po’ a tutte le osservazioni che andremo facendo in questo blog, è che ognuna di queste procedure genera dei dati, sempre più dati, troppi rispetto a quelli che siamo in grado di processare in modo intelligente (per ora ci limitiamo a immagazzinarli). Il tema è quello del cosiddetto Big Data, cioè della gestione di volumi di informazioni in costante aumento che non possono essere trattati utilizzando le consuete applicazioni analitiche e i sistemi data warehouse tradizionali.

Il tecnologo che è in noi può rimanere indifferente di fronte alle domande che sorgono spontanee a questo punto? Non credo. Voi che ne pensate?

Il secondo spunto riguarda l’effimero mondo delle definizioni europee

Un nuovo Monte analogo, ovvero delle smart cities

Il Monte analogo, romanzo incompiuto di René Daumal dal titolo completo Romanzo d’avventure alpine non euclidee e simbolicamente autentiche, racconta la storia di
un gruppo di alpinisti piuttosto esperti (che) vuole scoprire quale sia la vetta più alta del mondo e parte da Parigi per scoprirla e scalarla. Dopo aver navigato su una strana rotta, a bordo di una barca chiamata “l’Impossibile”, gli esploratori approdano nell’isola del Monte Analogo che fa continente a sé, ricordando in qualche modo Atlantide. Qui trovano una popolazione con usi e costumi strani, proveniente da tutto il mondo e da tutti i tempi del mondo che, come loro, spera di scalare la vetta. Dopo un soggiorno nel villaggio di Porto-delle-Scimmie, e alcune considerazioni metafisiche sull’alpinismo, il gruppo affronta l’ascensione, arrivando quasi al campo base. Qui il racconto si interrompe, sospendendo la spedizione tra terra e cielo, in una specie di regno franco dell’analogia, dove non c’è niente che possa dirsi vero, e niente che sia falso del tutto e dove conta, più del resto, affacciarsi nella propria interiorità.

Fortissima l’analogia con le smart cities intese come un “insieme organico e multiforme del capitale fisico ed economico, e di quello intellettuale e sociale”, uno dei concetti più effimeri che i decisori politici europei abbiano sposato negli ultimi decenni…

Il sito di AIRI-Associazione Industriale per la Ricerca Industriale, citando il “Sole 24 Ore” del 20 novembre 2012, scrive:
Miur: Smart Cities nazionale, primi risultati. Investimenti presentati tre volte la dotazione prevista
Sono 148, per investimenti previsti di circa 2,3 miliardi di euro, i progetti giunti al MIUR per l’Avviso, aperto a tutto il territorio nazionale, per la presentazione di Idee progettuali per Smart Cities and Communities and Social Innovation. (…) L’avviso assegna 655,5 milioni di euro, di cui 170 Meuro di contributo nella spesa e 485,5 Meuro per il credito agevolato.Le Regioni maggiormente coinvolte nella presentazione sono Lazio (investimenti per 446 milioni) e Lombardia (352), Emilia Romagna (244), Campania (176), per interventi concentrati soprattutto sul settore trasporti e mobilità terrestre (18 progetti), sicurezza del territorio (15 progetti), cultura e invecchiamento (14), smart grids (13).

Tanti soldi, in particolare in un momento in cui le risorse sono davvero scarse; e per una causa nobile: contribuire a costruire smart cities. A me viene tuttavia difficile immaginare come da spiegazioni molto sensate come la seguente
l’accento al capitale umanistico, di per sé coinvolge già gli abitanti come uno dei fattori essenziali per la crescita di una città: spiega insomma che quanto più è vivibile una città, maggiore sarà il grado di smartness (competitività, creatività) dei cittadini che la abitano, e conseguentemente dello sviluppo della città stessa si possa passare alla concretezza, trasformando cioè il grado di smartness di una cittadina in impresa, dunque in occupazione.

Forse sono limitato io, ma i numeri che vedo circolare per sostenere un effetto occupazionale positivo non mi convincono. Sapreste spiegarmi voi come con le smart cities si possa bilanciare l’attuale disperato bisogno d’occupazione con l’introduzione ad esempio di banali tecnologie quali la lettura a distanza dei contatori delle utenze, che rendono automaticamente inutile della forza lavoro?

Il terzo e ultimo spunto per questo primo lungo post riguarda il sistema della localizzazione, in particolare del tracciamento degli oggetti.

Tracking Santa Claus

Ogni volta che mi capita di incapparvi, il sistema di tracking degli oggetti ha la capacità di rinnovare il mio stupore, sincero come fossi ancora un bambino. Stavolta è stato per un pacchetto di libri comprati in Italia via Internet, spedito a poco prezzo via corriere da Milano a Tokyo dove il plico è arrivato in cinque giorni. Sotto la traccia dei passaggi effettuati lungo il percorso dalla libreria (Milano) a casa mia (Tokyo):

Dicembre 20, 2012 00:00 Milan – Italy Spedizione ritirata
Dicembre 20, 2012 20:26 Milan – Italy Processed at Milan – Italy
Dicembre 20, 2012 20:51 Milan – Italy Spedizione partita dall’Hub di Milan – Italy
Dicembre 20, 2012 22:13 Bergamo – Italy Spedizione arrivata all’Hub di Bergamo – Italy
Dicembre 20, 2012 23:32 Bergamo – Italy Processed at Bergamo – Italy
Dicembre 21, 2012 00:54 Bergamo – Italy Spedizione partita dall’Hub di Bergamo – Italy
Dicembre 21, 2012 02:30 Leipzig – Germany Spedizione arrivata all’Hub di Leipzig – Germany
Dicembre 21, 2012 02:43Leipzig – Germany Processed at Leipzig – Germany
Dicembre 21, 2012 06:46 Leipzig – Germany Spedizione partita dall’Hub di Leipzig – Germany
Dicembre 22, 2012 06:11 East China Area – China, People’s Republic Conferma transito in East China
Dicembre 22, 2012 09:41 Tokyo – Japan Conferma transito in Tokyo – Japan
Dicembre 22, 2012 10:55 Tokyo – Japan Spedizione arrivata all’Hub di Tokyo – Japan
Dicembre 22, 2012 12:32 Tokyo – Japan Spedizione sdoganata in Tokyo – Japan
Dicembre 22, 2012 14:45 Tokyo – Japan Processed at Tokyo – Japanper la consegna
Dicembre 25, 2012 22:31 Tokyo – Japan Spedizione consegnata in data

Non so voi, ma io di fronte alla possibilità di collegarmi in qualunque momento a un sito che mi dice in quell’istante dove si trovi la mia spedizione rimango incredulo. Perché non sono un’azienda, non sto spedendo un plico importante o prezioso. Sono un semplice cliente che ha comprato via Internet alcuni libri, pagando con carta di credito (auspicabilmente in modo protetto quanto basta) e ora verifico cosa stanno facendo i miei acquisti. A Lipsia magari, sulla via per raggiungere in aereo la Cina e poi Tokyo. Il tutto in cinque giorni. Una nuova forma di voyeurismo… informatico.

Quel che qui più conta è tuttavia domandarsi quante persone un tempo controllavano i vari passaggi del mio pacchetto che oggi sono svolti in automatico da macchine con letture di codici vari. Spero poche visto che difficilmente potranno essere riassorbite. O sbaglio?

Passaggio a livello giapponese (Courtesy of Andrea Ortolani)

Mi pare che il filo conduttore dei tre esempi, sui quali mi piacerebbe leggere numeri attendibili che dimostrino se/quanto i servizi siano efficienti (in termini di rapporto costo/beneficio), chiami in causa il concetto d’equilibrio dinamico. Lo sviluppo tecnologico consente ai lavoratori di svolgere attività più degne del termine umano, questo comporta una sfida per tutti in quanto richiede ai singoli di trovare soluzioni su misura in relazione a capacità, interessi e volontà personale. A costo di esser tacciato di una vena di romanticismo reazionario, con accessi quasi luddisti, lasciatemi esprimere il dubbio che oggi non si abbiano chiari i termini del problema. O, forse più onestamente, che non c’interessi davvero rifletterci sopra.

La trinità laica della knowledge society

‘Tecnologia’, ‘innovazione’ e ‘occupazione’ sono le tre parole chiave di questo blog, il cui titolo completo sarebbe dovuto essere “Dai campi alle officine, al call-center: e poi?” con il sottotitolo “La tecnologia brucia occupazione”. Una triade basata sull’idea che la knowledge society, l’odierna società della conoscenza, assommi in sé in un’inedita trinità laica le tre forze tipiche della trimurti induista: creazione, conservazione e distruzione.

Japanese divinity (Courtesy of Andrea Ortolani)

La società della comunicazione si basa “sull’uso diffusivo della tecnologia, in particolare della tecnologia dell’informazione e della comunicazione, e (…) sta portando a un’organizzazione economica e sociale basata sulla conoscenza”. Forze creatrici, o al più conservatrici, tecnologia e innovazione, alle quali si contrappone invece quella distruttrice, il saldo occupazionale non positivo che la tecnica porta con sé.

Di ciò vorrei riflettere con voi in questo nuovo blog, il cui titolo non è invece nuovo. Altri vi hanno ricorso prima. Ad esempio per una mostra fotografica, come Dai Campi alle Officine. Dopoguerra e Boom Economico: Vent’anni di Immagini di Lavoro nella Maremma Toscana tratte dall’Archivio dei Fratelli Gori. O per un libro, come Dai campi alle officine. Storie e lotte del sindacato nel Trevigiano.

La suggestione del titolo si deve probabilmente a Contessa, canzone con cui Paolo Pietrangeli ha fatto da sottofondo a parte del ’68 italiano, che si apre con il verso “Compagni dai campi e dalle officine”. Il “dalle officine” è diventato un “alle officine” ed esprime un senso d’evoluzione diacronica, attenuando nel contempo la componente di rivolta sociale cui la canzone dava voce (proseguendo sul filo del “Compagni dai campi e dalle officine / scendete giù in piazza picchiate con quello / scendete giù in piazza affossate il sistema / … ” ) .

Nel mio caso il “dalle (…) alle” vuole rappresentare quel che mi interessa capire: l’impatto che l’innovazione tecnologica, in buona sostanza le macchine di oggi (quel che un tempo chiamavamo “informatica”), ha sull’occupazione, in altre parole sul lavoro, inteso come attività volta a raggiungere il miglioramento della propria condizione.

Come sappiamo – e mi si passi la forte semplificazione – la tecnologia ha (quasi sempre) un effetto depressivo sull’occupazione. Dall’introduzione dell’aratro alla Rivoluzione industriale passando per la catena di montaggio e via dicendo, l’impiego di nuove tecnologie nelle attività produttive ha liberato forza lavoro idealmente destinata ad esser assorbita in settori più qualificanti e gratificanti. D’altra parte che l’innovazione tecnologica fosse destinata a sostituire, più o meno gradualmente, il lavoro umano con le macchine sono stati in molti a teorizzarlo, non ultimo John Maynard Keynes.

Sia chiaro: nessuno può negare che l’aratro abbia rappresentato un salto in avanti epocale. Men che meno si vuol discutere quanto la moderna tecnologia abbia permesso il progresso: trasporti, illuminazione, medicina ecc. Tutte cose banali, nel senso che oggi si danno per scontate, ma che senza tecnologia mai avremmo avuto. La tecnologia libera l’uomo dal sudore della sua fronte e lo avvicina sempre più al demiurgo: ogni indugio verso forme di rinnovato luddismo sarebbe fuori luogo.

Sotteso al progresso sociale c’era tuttavia un meccanismo economico, che negli anni aveva permesso alla forza lavoro non più necessaria perché soppiantata da macchine (tecnologia) di trovare nuova collocazione. Tale meccanismo si è ingrippato. Non è solo un problema di debiti sovrani, di crisi finanziare e bolle speculative, di modelli di crescita giunti al palo. Il punto è, probabilmente, che la tecnologia ha accelerato molto, forse troppo rispetto alla nostra capacità di (immaginare come) riassorbire occupazione. Il Keynes delle Economic Possibilities for our Grandchildren l’aveva profetizzato nel 1930, ritenendo tuttavia – e mi si passi anche questa forte semplificazione – che il saldo fra incapacità di “consentire un adeguato riassorbimento della forza lavoro” e le “possibilità economiche che avranno i nostri nipoti” sia positivo a favore delle “possibilità”.

A me piacerebbe ragionare con voi proprio su cosa sta succedendo in questo campo. Suggerendo, magari anche un po’ provocatoriamente, riflessioni per stimolare domande, che di risposte io non ne ho. Il tutto attingendo a informazioni, non necessariamente collegate in modo diretto alle tre parole chiave del blog ma che contribuiscono a costruirne il contorno. Raccogliendo spunti un po’ da tutto il mondo, ma soprattutto da quella parte dell’Asia in cui vivo da tempo (il Giappone). Ricorrerendo di tanto in tanto ad artifici retorici e motivi letterari che sono invece propri della nostra cultura. Indugiando, infine, con alcuni numeri, non senza quel distacco che Benjamin Disraeli cristallizzò nella celebre definizione a lui ascritta secondo cui esisterebbero “tre specie di bugie: la bugia, la bugia sfrontata e la statistica”.

Nei prossimi giorni proporrò alcuni spunti per avviare la discussione. Per intanto, che questa conversazione ci sia lieve, e il 2013 gentile. Auguri e arrivederci a presto.

Tokyo, 31 dicembre 2012

(Courtesy of Andrea Ortolani)